Scrivere “Apparenze” è stato prendere un canovaccio semplice, per andare, attraverso gli attori a scolpire le personalità dei cinque protagonisti. Cinque e non quattro, perché anche il morto recita se stesso, prima che attraverso le sue stesse parole, nelle parole degli altri personaggi che abitano la storia, e che probabilmente abitano anche le strade e le stanze delle città della nostra vita.
Apparenza, invece di sostanza, bugie o mezze verità invece di verità, opportuno invece di spontaneo, calcolo invece d’istinto.
Sostituzioni che incombono, o sono già, dentro di noi, di tutti noi, “ chi vuole si senta escluso”, sia per grandi fatti della vita che per le piccole cose quotidiane.
Nel progetto la scena è servita lo spettacolo “Apparenze” compie una svolta, portando in modo più preciso il testo tra i tavoli. Rappresentando con i tempi drammaturgici tipici di una piece teatrale, i personaggi le loro relazioni emotive. Sulla scena soltanto una poltrona e un tavolino sotto un cono di luce che ne disegna le ombre. L’atmosfera è sospesa nella penombra, e nelle note del Faust di Wagner, la tensione e l’attesa sono palpabili qualche cosa sta per succedere.
La verità dei personaggi sta per essere svelata.
Lo spettacolo ripercorre le ore, che portano i quattro personaggi a consumare il rito voluto dal “caro estinto”, cioè celebrare un banchetto funebre in suo onore. I personaggi appaiono dapprima nella loro apparenza contrita, scuri tra le stanze dell’appartamento del defunto. Poi una volta soli distanti dagli altri convitati, e vicini alle proprie verità e ai propri sentimenti per il morto, si svelano.
L’apparenza scompare e il rancore, l’affetto, l’avidità si riversano sulla poltrona colma di ricordi e citazioni.
Poi di nuovo l’apparenza del banchetto dove diluito nel vino e deglutito insieme al cibo che i personaggi mangiano. L’epilogo sopraggiunge inaspettato per il pubblico, testimone della vendetta del “caro estinto”