C’è. Esiste! Riguarderà certo qualcuno. Se c’è, è in un'altra città.
Insomma in un posto lontano senza i nostri valori. In un mondo altro ecco! Un mondo altro che non è certo il nostro rassicurante mondo- salotto, che non ha nulla a che vedere con Las Vegas.
Ma, Las Vegas, questa volta è nel nostro quartiere, nel nostro palazzo, nello stesso pianerottolo, o forse nella stanza accanto.
Quanto siamo lontani dalla voglia spasmodica del biglietto vincente, o del pulsante giusto da premere.
Un fenomeno enorme si sviluppa, esplode, incuriosisce, fa parlare, ma per poco, un po' tutti.
Poi, quando la curiosità va via, resta poco, dei ricordi forse. E una mattina ti siedi sullo sgabello di un bar e ti rendi conto che stai girando il cucchiaino nel caffè al ritmo dei trilli e dei bip di un videogioco a premi.
Che cos’è? Vengono chiamate così le slot o le poker machines nei bar delle città italiane.
Poi ancora in cronaca leggi che qualcuno perde se stesso, inseguendo la fortuna, incurante della “sfortuna” che sta lasciando attorno.
Esploso, questo è quello che diceva l’intervista sul giornale. “Ad un certo punto sono esploso e tutto non era più dove l’avevo lasciato. ”
Esploso. Forse è proprio questo il modo per raccontare la storia di un giocatore compulsivo di videopoker.
Esplodendone gli episodi, le bugie, le emozioni, gli oltraggi, non tanto, da parte della dea bendata, che in questo caso non abita tra i microchip di una “poker machine” e che comunque la dentro non potrebbe nulla. Ma dal biasimo di chi cerca, o fa finta di non vederlo, perchè è troppo stupido, e dunque fatti suoi.
Questa esplosione ha una scena povera, una storia frammentata e frammentaria, nella quale brandelli si inseguono ciclici in una ripetizione ossessiva inarrestabile, fatta di omissioni, bugie, compromessi, prestiti, abbandoni, violenza.
Dove i dati di una realtà allarmante, sono riservati a una razionalità separata da te, come le parole complicate di una conferenza scientifica, che resta composta, separata appunto dal caos di una quotidianità fatta dell’umiliazione della dipendenza.
“Ed è umiliante perché ti rendi conto di sbagliare, ma non riesci, non puoi fermarti.
Lo sai! E ti senti stupido.
Ti senti colpevole, ti vergogni, ma hai perso la capacità di decidere, la forza di scegliere.”.
E’ una storia quella raccontata sul palcoscenico. Una storia, una verità e un mondo, scomposti e ricomposti dall’attore “servo di scena”.
Una verità che non è lontana dal nostro caffè la mattina già alle otto e mezzo.
Mentre facciamo colazione e il pusher di illusioni e di oblio ha già aperto la cassa, e sull’adsl targata terzo millennio, registra i suoi incassi, legali questa volta, che contribuiranno e rendere meno salate le lacrime e meno rosso il sangue da versare per la prossima finanziaria.